Fra' Giovanni Battista - Vita e gesta
Fra' Giovanni Battista (Galli Castellini) è stato il protagonista del "Miracolo del SS. Crocifisso", crocifisso venerato nel Santuario del Cappuccini di Faenza. Il riferimento storico è contenuto nel libro Flores Seraphici di cui diamo seguito alla traduzione effettuata dai frati del convento. Questo testo, a cui tutti i lavori storici fanno riferimento, viene stampato a decine di anni di distanza dai fatti riportati, ma è certamente basata su cronache e resoconti precedenti. Come tutte le fonti anche questa deve quindi essere letta con spirito storico-critico, questo però non toglie la sua fondamentale validità e importanza.
Traduzione da Flores Seraphici, Milano, 1648, vol. I, pp. 370-374
Frate Giovanni Battista faentino, laico. Dopo aver condotto una vita contaminata a lungo da moltissimi e turpissimi misfatti, giunse a tal punto di scelleratezza da diventare come il capo di tutti i banditi e i facinorosi, aggiungendo così tanti crimini alle precedenti scelleratezze che, come un mostro smisurato e fetidissimo di malvagità, si immerse in ogni nefandezza. Infine, tutti i vizi che si possono trovare in un uomo scellerato e condannati dalle pubbliche leggi, sembravano abbondare in quest'uomo. Era un uomo di alta statura e dotato dalla natura di forze tanto robuste da poter sollevare un uomo di media corporatura, tenendolo sospeso a lungo in aria con la mano. Il braccio destro, fin dalla nascita, lo aveva ricevuto più lungo del sinistro, cosicché quando sguainava la spada con la destra, la protendeva così in avanti che sembrava impugnare in mano un'asta. Il volto esprimeva furore; gli occhi, ferocia; la parola, atrocità. Il suo animo era capace di osare ogni atto malvagio, tanto che, quando la città di Ancona fu espugnata dal Pontefice [1532], egli per primo issò il vessillo del Papa sulle sue mura. E dopo aver ricoperto prima l'incarico di maestro di milizia sotto il Duca di Urbino, e in seguito essere stato creato capo di una coorte sotto i Pontefici Clemente VII e Paolo III, avrebbe conseguito grandissima lode in guerra, se non avesse utilizzato gli stessi ottimi doni di natura per alimentare i vizi.
Q uando poi piacque a Colui che dice la luce splende nelle tenebre (Gv 1,5), che colui che prima era un bestemmiatore, glorificasse Dio con la sua penitenza, mentre Battista si tratteneva per qualche tempo nella città di Firenze, e in quel momento fra' Bernardino [Ochino] da Siena diffondeva la Parola di Dio in quella città, nel tempo di Quaresima, con il massimo plauso di tutti; Battista cominciò ad essere agitato da impulsi così forti della virtù divina e ad essere illuminato da un improvviso fulgore di luce celeste, che decise nel proprio intimo di scegliere per sé la vita dei Cappuccini come la più adatta alla penitenza e all'espiazione dei crimini passati, ma soprattutto per rispondere alla chiamata di Dio. Si recò da Bernardino e gli chiese con fervide preghiere di essere rivestito dell'abito della Religione [Ordine dei Cappuccini]. Ma Bernardino, non ignorando che dalla lunga abitudine dei vizi a fatica ci si allontana e che l'assidua consuetudine si radica come una seconda natura, stabilì di metterlo alla prova e di esaminarlo. Terminati dunque i sermoni del tempo quaresimale, poichè [Battista] lo supplicava nuovamente nel nome di Dio immortale di non reprimere più la sua speranza ma di accoglierlo al più presto nel grembo dei Cappuccini, Bernardino, gli offrì un piccolo sacco di libri, e gli disse: «Prendi dunque il sacco sulle spalle e andiamo insieme a Faenza». Battista non esitò affatto; si mise la sacca sulla spalla e, così com'era vestito con abiti di seta, a piedi e disarmato, seguì Bernardino. Bernardino aveva scelto una strada che attraversava città importanti, nelle quali Battista aveva commesso parecchi omicidi, e in esse moltissime persone erano animate da odio capitale nei suoi confronti. E Battista non lo ignorava; ma procedeva coraggioso, carico del piccolo sacco. Gli abitanti delle città erano stupiti e si chiedevano l'un l'altro se quello fosse Battista. Battista in realtà rispondeva in silenzio tra sé: «Questo è certamente quello scellerato di Battistone (era infatti solito essere chiamato con questo nome), degno di ogni supplizio».
A ttraversata dunque Faenza, giunse finalmente con Bernardino al convento. Il giorno dopo, Battista interpellò Bernardino per l'abito della Religione [Ordine dei Cappuccini], e poiché Bernardino voleva ancora metterlo alla prova con un genere di prova più severo, disse: «O Battista, tu hai versato tanto sangue di uomini in questa città, procurandoti per questo gravissime e innumerevoli inimicizie; non è affatto giusto che tu acceda ad un Ordine pacifico carico di tanto odio da parte degli uomini. Perciò, la prima cosa che devi fare, prima dell'ingresso nell'Ordine [dei Cappuccini], è chiedere umilmente il perdono dai tuoi nemici, con una fune pendente dal collo.» Battista si mostrò pronto. Si legò la fune al collo, si recò in città e raggiunse la casa di una vedova, il cui marito aveva ucciso tempo addietro, per incontrarla. Quindi, prostratosi davanti a lei, disse: «Ecco, o donna, lo scellerato Battistone, l'empio assassino di tuo marito; ora faccio penitenza del misfatto e chiedo umilmente perdono. Se invece cerchi vendetta, esigi pure da me ora le punizioni che vuoi». Davanti ad un simile comportamento e parole, ella fu così commossa nell'animo che gli diede subito il perdono piangendo. Riconciliatosi in tal modo con tutti gli altri che aveva ferito con i suoi misfatti, e si erano arresi davanti a questa umiltà, ritornò da Bernardino, il quale, per mettere alla prova la ferma intenzione dell'uomo con un’ultima prova, disse: «Questo non è ancora sufficiente: infatti i tanti misfatti che hai commesso in questa città, e gli scandali che ne sono derivati, gridano al Cielo. Devi dunque eliminarli per quanto ti è possibile; perciò (indicandogli un paiolo di bronzo) prendi questo paiolo sulle spalle», disse, «e, camminando per tutta la città, chiedi pubblicamente perdono per gli scandali passati». Era un qualcosa di straordinario e nuovo: un uomo prima macchiatosi dell'uccisione di tanti uomini, superbo per tante ragioni, sanguinario, e temuto da tutta la Città, che portava sulle spalle questo paiolo impregnato di cattivo odore e gridava: «Ascoltate, o Cittadini! O Cittadini! Vi prego, perdonate l'empio, perdonate l’ingiurioso e lo scellerato, implorate la clemenza divina!» Tutti si meravigliavano, si rattristavano, piangevano vedendo la mirabile metamorfosi dell'uomo, e riconoscevano apertamente che quella era un'opera della destra dell'Altissimo. In questo modo, messa alla prova la pazienza dell'uomo, infine gli fu concesso di vestire l’abito dei novizi. Sebbene Battista fosse portato agli studi letterari, fu tale l'umiltà della sua mente che, giudicandosi indegno di far parte dei chierici, volle essere inserito tra i laici. Battista era già quarantenne quando, assegnato al gruppo dei novizi, cominciò a impegnarsi nella penitenza e in ogni altra virtù, specialmente nell'umiltà e nel disprezzo di sé. Ebbe per tutto il tempo del noviziato un maestro severo, che tuttavia, quando sembrava agire con lui troppo mitemente, Battista lo esortava ad agire con lui più severamente; ed era sorprendente vedere con quanto impegno eseguisse qualunque penitenza gli fosse imposta e svolgesse le mansioni più umili, e quali splendidi esempi offrisse di obbedienza, umiltà, pazienza e delle altre virtù. In questi fervori dello Spirito, dopo aver trascorso l'anno di prova, emise i voti solenni della professione con una tale abbondanza di lacrime da costringere al pianto anche i frati presenti. Il ricordo e il peso dei crimini passati erano così profondamente incisi nell'animo di quest'uomo, che nessuno lo vide mai sorridere, anche nelle occasione di gioia. Iscritto tra i professi, si prefisse subito una tale austerità di vita da provocare ammirazione in tutti gli altri. Non volle mai, infatti, usare la tonaca, portando un ruvido cilicio, e camminando a piedi nudi, non utilizzò i sandali per poter correre più spedito sulla via della Croce; i digiuni a pane e acqua gli erano frequentissimi, le veglie prolungate nella preghiera, dopo le quali, quando il sonno necessario lo incalzava, le nude tavole erano solite offrirgli il giaciglio. In mezzo a queste pratiche, cominciò a flagellare il corpo con fruste così terribili, che, come se fosse convinto che non fosse di carne ma di legno e marmo, così infieriva su di esso, eccitato da un più ardende ardore di Spirito. L'umiltà e il disprezzo di sé, che si prefissò di abbracciare fin dall'inizio, li coltivò con tanto zelo per tutto il corso della sua vita, che, sebbene avanzato in età, non si rivolgeva mai a nessuno se non in ginocchio, come se fosse un novizio. E mentre prestava le mansioni più umili, come se fosse indegno di prestarle, spesso rimproverando sé stesso, diceva tra sé: «Impegnati, Battista, sforzati in ogni cosa, e per quanto tu possa impegnarti, non potrai mai essere degno di servire tanti servi di Dio»; e quando si accorgeva di essere ignoto ai secolari, rivolgeva su sé stesso quasi infinite maledizioni. Curava i malati con somma carità, e diceva che i loro dolori erano dovuti a lui, che tante volte e così gravemente aveva offeso il Signore. Infine, fu così perfetta la conversione di quest'uomo, e tanta ammirazione ed edificazione si diffusero tra gli uomini secolari per essa, che tutti lo consideravano come un miracolo. Tuttavia, poiché era dotato di una natura così feroce e terribile da doverla costringere alla virtù solo con somma forza e violenza, accadde che una volta, nel refettorio, che per i Cappuccini funge anche da luogo del capitolo, fu rimproverato duramente dal Superiore; e benché la sua natura, impaziente di fronte alla durezza, ne fosse gravemente scossa, la represse con una tale violenza che si squarciò una vena nel petto. Perciò, quando in seguito si trovò da solo a pregare in Chiesa, prostrato davanti all'Altare, offrendo il sangue del petto al Signore, confidava: «Ecco, Signore Gesù, che cosa soffro per il tuo amore!» Improvvisamente il Signore, staccando la mano destra dall'immagine lignea del Crocifisso e mostrandogli la ferita del costato, rispose: «Vedi, Battista, che cosa anch'io ho sopportato per te sulla Croce!». A questa voce del Signore, Battista, completamente commosso nell'animo e sopraffatto dalle lacrime, riprese a correre ancor più velocemente, per mezzo della pazienza, verso il combattimento che si era prefissato, ripensando assiduamente a Colui che aveva sopportato tali sofferenze contro se stesso per i peccatori.
Q uando una volta dei nemici che avevano congiurato di ucciderlo a causa del loro padre che egli aveva trucidato, si avvicinarono al convento armati, ed egli li vide attraverso le fessure, disse al Guardiano che temeva che gli accadesse qualcosa di sinistro: «Non temere nulla, Padre, Dio ce li farà amici; permetti solo che io vada da loro». Con l’assenso del Guardiano aprì improvvisamente le porte e, nello stesso istante, prostratosi ai loro piedi, disse: «Ecco il malvagio traditore, ecco l'empio e scellerato Battista, l'uccisore del vostro genitore; decidete pene adeguate per lui, uccidete, massacrate, fatelo a pezzi, poiché queste e più gravi conseguenze meritano i suoi misfatti». Essi, vista l'umiltà dell'uomo prostrato e ascolta la sua voce piena di lacrime, deposta ogni violenza, e mutato l'odio in amore, si precipitarono ad abbracciarlo, e da quel momento si unirono a lui con un vincolo perpetuo di amicizia. Questa ammirevole umiltà era alimentata da una devota e profonda comunione con Dio, che si era resa familiare con l'assidua orazione; essa lo avvicinava in modo sempre più forte verso Dio quando si accostava al Santo Corpo del Signore due volte la settimana; in quel tempo infatti, quando si dedicava a lungo alla preghiera, rivolgeva al Cielo gemiti e sospiri come dardi infuocati tratti dalla faretra più profonda del cuore. Era solito unire alla preghiera, dopo le Lodi mattutine, una flagellazione del corpo così lunga, che non smetteva mai finchè non fosse stanco e quasi esausto di forze. In essa in verità non recitava Salmi o Inni, come è consuetudine per altri, ma le sue continue parole erano: «Dio, sii propizio al traditore Battista».
Q uest'uomo aveva in sé un grandissimo desiderio di soffrire per Cristo, per cui accadeva anche che, ardendo dal desiderio del martirio, desiderasse grandemente recarsi nelle terre degli infedeli. Ma il Signore Ottimo Massimo [D.O.M.], al quale questo zelo del martirio non era sgradito, gli negò il tormento degli infedeli, ma gli concesse il martirio di una certa infermità, lunga e continua, negli ultimi anni della sua vita. Infine, consumato dalla malattia e dalla vecchiaia, dopo aver predetto il proprio trapasso molto tempo prima a un suo familiare, e preparatosi all'incontro con il Signore con tutti i Sacramenti della Chiesa e con una pia effusione di lacrime, rese placidamente lo Spirito al Signore a Faenza. Dopo la morte, il suo volto apparve così bello e il corpo così morbido, che sembrava la tenera carne di un bambino; le quali cose furono segni della gloria celeste che aveva ormai conseguito presso Dio. Morì nell'anno 1562.